martes, 23 de abril de 2013

Poesie: William Shakespeare - Sonetto 6 Prima che inverno dall’artiglio scabro - 7 Vedi a levante - 9 Forse temendo di bagnare i cigli - 10 Vergogna nega che tu senta amore - Links

  Sonetto VI

                Prima che inverno dall’artiglio scabro
                ghermisca estate, l’avrai distillata
                in dolce fiala, che nel suo cinabro
                serbi quella bellezza inalterata.
                Legittima è del tuo bene l’usura,
                patto che rende gioia a chi ha firmato.
                Spendi te stessa, non aver paura
                se l’interesse vien decuplicato.
                Dieci volte sarai più sorridente,
                creata in dieci identiche figure:
                la morte non saprà sottrarti niente,
                se vivi nelle immagini future.
                Tu troppo bella, splendida egoista,
                per cedere alla morte la conquista



 Sonetto VII

                Vedi a levante, che la bella aurora
                sorge dal fuoco, quando l’occhio basso
                di tanta maestà gode, e l’onora
                servendo del suo sguardo il sacro passo.
                E ascende il colle ripido dei cieli
                come al meriggio d’una età più piena:
                gli occhi mortali adorano, fedeli,
                avvinti al cerchio aureo di sua lena.
                Quando dal sommo muoverà spossata,
                debole vecchia in bilico sul giorno,
                l’occhio devoto l’avrà abbandonata
                al suo cammino, per guardarsi intorno.
                Al tuo meriggio, pure, segue il limbo:
                presto è l’oblio per chi non lascia un bimbo.


 
 Sonetto 9 - IX

                Forse temendo di bagnare i cigli
                d’un vedovo, tu sola ti consumi?
                Se morte t’avrà colta senza figli
                piangerà il mondo, orbato dei tuoi lumi.
                E vivrà il mondo in vedovanza amara,
                se partirai senza lasciare un’orma:
                chi perde moglie serba per sé cara,
                negli occhi dei bambini, la sua forma.
                Il bene che un incauto ha prodigato
                si muta luogo, e sempre dà conforto;
                beltà sprecata la divora il fato,
                chi l’ha e non l’usa, ne commette aborto.
                Amor non fa sentire la sua voce
                a chi compie di sé il delitto atroce.



 Sonetto X

                Vergogna nega che tu senta amore,
                amica così improvvida a te stessa;
                da mille amata, la mia dèa non cessa
                nutrire ai pretendenti il suo livore.
                Temperie tua possiede odio rapace
                che contro te non perita tramare:
                rovinerà il prezioso lacunare,
                la reggia onde dovresti avere pace.
                Muta pensiero, sì che muti anch’io;
                a che albergare un sentimento ostile?
                Come nel volto, in cuore sii gentile,
                àbbiti cura, per l’amor di dio.
                Fàtti per l’amor mio doppia e diversa:
                che o l’una o l’altra dèa non mi sia persa.



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